15 Jan 2020 | Claudio Di Manao

Galateo subacqueo: il diving center

Ce l’avete fatta prima della chiusura: scesi dall’aereo avete atteso con ansia il borsone dell’attrezzatura e, nel vederlo spuntare sul nastro avete quasi pianto di sollievo.

Giunti in albergo avete afferrato la chiave ma non siete saliti su in camera: vi siete precipitati, con il plastichino dell’Advanced tra i denti e il borsone in spalla, giù al centro subacqueo. Scoprite che proprio domani c’è il relitto e chiedete subito di mettervi in lista.

“Posso vedere il logbook?” 

Appena la ragazza del counter pronuncia quella parola, un silenzio spettrale irrompe nel diving. Sentite le ginocchia vacillare, state diventando pallidi davanti a una ventenne. 

Ebbene sì, i diving center hanno una passione morbosa per i logbook. Soprattutto quelli cartacei. Amano le persone che li compilano, amano sfogliarli, scaricarli, ridacchiare sui timbri strani. Bramano scoprire dove e quando avete fatto l’ultima immersione. Non è per ficcanasare, è per il vostro bene e per la gioia dei subacquei che s’immergeranno con voi. In mancanza di un logbook, alcuni centri potrebbero richiedervi di effettuare un’immersione di prova.

Il check-dive

Se la parola logbook accumula nuvoloni neri, check-dive scatena temporali, crisi di panico e accessi d’ira. Soprattutto presso certe popolazioni a sud delle Alpi. Quelle a nord borbottano ma alla fine accettano. 

Rispondere che non si ha la minima intenzione di dimostrare alcunché a chicchessia non è un buon metodo per farsi ammettere ad una immersione guidata. Tantomeno per farsi consegnare bombola e pesi se il programma è di immergersi in autonomia. “Ho imparato a svuotare la maschera da prima che tu nascessi!”, rivolto a giovani istruttori non aiuta per niente a raggiungere i due succitati obbiettvi. 

Pretendere la luna

È sospetto diffuso, tra i subacquei,  che i divemaster tengano nascoste le immersioni più belle. E' come credere che il proprietario di Netflix si guarda i film migliori da solo, tappato nel suo salotto. È vero che se chiedete ad un divemaster qual è la sua immersione preferita, e voi non avete raggiunto il livello tecnico per poterla effettuare, potrebbe mentire presentandovi un’immersione più facile, ma è una gentilezza, non un depistaggio: lo dice per non farvi rosicare. E se a bordo di un gommone il divemaster non gira con un vassoio con del tè e del caffè e non monta l’attrezzatura per voi, avete confuso l’Europa e l’Africa con l’America. 

Lo spazio nei diving segue una regola contro-intuitiva

Vale per tutto il mondo: la superficie orizzontale disponibile è inversamente proporzionale alla dimensione del diving. Scoprirete presto che i diving più grandi, ma anche le barche, appaiono più piccoli. È solo colpa delle attrezzature che lasciate in giro. Sistemare la propria attrezzatura negli appositi spazi e farlo al più presto crea il miracolo: aumenta il calpestabile e lo spazio sulle sedute. Ma anche il buon umore. Mette al riparo da pericolosi inciampamenti su superfici inesorabilmente umide. Malgrado i chilometri quadrati di stuoie e tappetini di gomma, l’area sdrucciolevole si dimostra statisticamente quella più frequentata da infradito e piedi scalzi.

La semina di parti d’attrezzatura favorisce gli incidenti quanto le relazioni sociali. Pare che all’origine di molti matrimoni tra subacquei (unione riconosciuta legalmente in molti paesi) ci sia stato uno scambio involontario delle attrezzature. Ma una settimana di immersioni calzando pinne di due misure in meno o di troppo è un attentato al comfort e quindi alla sicurezza in immersione. È bene tenere a mente che lo scambio potrebbe avvenire con una persona che non rispecchia i vostri gusti. 

Attrezzature in affitto

Le attrezzature in affitto sono, per antonomasia, usate. Le trovate nuove solo nei diving che hanno aperto il giorno stesso o che hanno rinnovato il loro parco il giorno prima. Vanno trattate bene e con rispetto per gli anziani. Se i marciapiedi sporchi scatenano il lancio di cicche e cartacce, le attrezzature logore sembrano attirare i maltrattamenti. Il fatto che non vi appartengano può, egoisticamente, sollevarvi. Ma il doversi immergere con un’attrezzatura già in crisi e per di più maltrattata può scatenare un’oscura vendetta delle cose. Galateo e rispetto per gli anziani a parte, la loro cura ci garantisce la sopravvivenza in un ambiente estraneo. È bene restituirla nello stato in cui ci è stata consegnata. Possibilmente sciacquata.

La vasca di risciacquo

È il luogo più delicato di tutti, la cristalleria del diving. Sale marino, sabbia, bacilli e fluidi corporei rischiano di innescare malfunzionamenti e imbarazzi. È bene sapere che i diving rinunciano spesso all’uso di disinfettanti per motivi ecologici. Cloro o meno, fare pipì nella muta e sciacquarla insieme a maschere ed erogatori non è un gesto carino. Come non è carino tuffare i calzari in mezzo a GAV ed erogatori: tra la sabbia e la meccanica di precisione c’è una storica inimicizia. È vero che fare pipì nella muta è addirittura pratica consigliata nel caso si inizi a rabbrividire per il freddo, ma trasferire la propria pipì sul prossimo senza consenso è decisamente molesto.

Se proprio scappa 

Come non ci sembra naturale fare pipì su sedili e tappetini di una macchina presa all’aeroporto, lo stesso dovrebbe valere per una muta in affitto. Nella propria auto, o muta che sia, ognuno ha il diritto di fare quello che gli piace, finché non c’è di mezzo una vasca di risciacquo in comune. Nel caso di una muta privata è consigliato il risciacquo indipendente. Ma per un episodio di incontinenza nella muta in affitto? Mi rendo conto che è sempre molto difficile confessare certe cose, ma se l’incidente si verifica in una muta in affitto, oltre a risciacquare in modo separato, meglio chiedere del sapone o disinfettante. 

Consigli per gli addetti ai lavori 

Se avete costruito sulla vostra rigidezza un solido edificio di credibilità, potrebbe sfuggirvi che i subacquei vengono da voi per divertirsi, per lasciarsi dietro lo stress. Un check-dive dittatoriale può essere percepito molto male, soprattutto se al costo di una immersione di routine. Mettere al counter persone con le caratteristiche di un algoritmo rispecchia il più pericoloso dei trend globali.

Fornire attrezzature revisionate e in buono stato è un buon inizio per circondarsi di sorrisi invece di musi. Con questo semplice stratagemma si possono anche evitare cause legali. 

Non mi risultano casi di mononucleosi, tantomeno di ebola, riconducibili a erogatori lasciati a spurgare come lumache in una vasca di risciacquo, ma un po’ di bicarbonato (disinfettante naturale) è attenzione gradita. Due vasche di risciacquo, una per pinne, calzari e mute, l’altra per GAV, erogatori e maschere, sono sempre meglio di una sola. Una doccia con una barretta di sapone neutro, per le mute "incidentate", farà del vostro un centro a diciotto stelle.

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